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E mentre preghi, devi sapere perché lo stai facendo

Posted in senzapeso on martedì, 10 aprile 2012 by janisjoyce

Lunedi 5 luglio alle nove e mezza del mattino siamo con Dave nella radura dietro la sua casa mobile. Seduti per terra. C’è anche Betty. Gli chiediamo di parlarci di Dio. Lui lo sapeva che era di questo che volevamo trattare. Lo avevamo avvertito. Per questo siamo seduti per terra nella radura.

Betty dice che per quanto la riguarda preferisce che sia Dave a parlare. Lui ci indaga con un’occhiata. Indica il boschetto alle sue spalle.

«Questo è un posto speciale» dice.

Aspetta di vedere la nostra reazione. Per quanto ne sa, siamo bianchi cattolici. Preferisce andarci cauto. Sorride. Scrolla la testa. Ha l’aria di non voler più andare avanti.

«Speciale?» domanda Pit.

Dave annuisce. Lancia un’occhiata a Betty. Lei gli rimanda uno sguardo tranquillo. Prosegue.

«E’ per questo che ci abbiamo piazzato casa nostra» dice.

Allunga una guardata lenta tutto intorno.

«Da queste parti» dice «si accampava Toro Seduto»

Indica la collina oltre il boschetto.

«Su quella collina la gente si ritirava a cercare le visioni»

Annuisce in silenzio.

«Terreno sacro»

E’ da quando ho passato i confini di Standing Rock che non faccio che pensare ai guerrieri dei secoli scorsi. Non faccio che immaginarli a cavallo per queste stesse pianure che sto attraversando col furgone Chevrolet. Me li sono figurati a cacciare, combattere, ballare intorno al fuoco con gli scalpi infilzati nei bastoni come spiedi. Me li sono visti a scuoiare bisonti e a farsi squarciare la carne appesi al palo della Danza del Sole. A pregare mai. Indiani che pregano non li ho mai immaginati.

Potenza dei libri di storia. Che a scriverli ci hanno sempre pensato i vincitori.

Dave non parla e noi nemmeno.

Apre la sacca di tela appoggiata di fianco, sull’erba. Ne tira fuori un fagotto di velluto blu. Lo srotola. Spunta una pipa indiana smontata. Cannello e fornello separati. Prende il cannello con una mano e il fornello con l’altra. Li soppesa. Ci guarda. Solleva la mano che regge il fornello.

«Questo è il fornello» dice «E’ fatto di terra»

Ci scruta, come per vedere se abbiamo capito.

«E’ fatto di terra» ripete «Rappresenta la Terra. Nostra Madre Terra»

Solleva la mano che regge il cannello.

«Questo è il cannello» dice «E’ fatto di legno»

Lo rigira tra le dita.

«Rappresenta tutto quello che cresce sulla Terra. Foreste, montagne»

Aspetta. Forse ci sta offrendo la possibilità di fare domande. Non so. Sta di fatto che noi non abbiamo domande.

Bilancia i due pezzi con gesti alternati.

«Terra, legno»dice.

Avvicina le mani e li unisce. Infila il cannello nel fornello e mette insieme la pipa.

«Adesso» dice «quello che ho fatto è sacro. Ho messo insieme i due pezzi. E’ sacro. Ho messo insieme la pipa. Ora la accendo ed è preghiera».

Ci lancia un’occhiata carica di sospensione. Stiamo zitti. Forse lui e Betty pensano che non capiamo una mazza di quello che stiamo ascoltando. Ho paura che sia così. Questa storia mi mette un po’ di ansia. Non so cosa dire. Non mi viene in mente niente. Vorrei che Dave andasse avanti. Per fortuna lo fa.

«Questi due pezzi non valgono niente quando sono staccati» dice «Li metto insieme e diventano la Sacra Pipa. La accendo e prego. Qui, dove mi trovo»

Indica i prati, il boschetto, la collina, il cielo.

Dice «Noi non abbiamo bisogno della Basilica di San Pietro»

Ridacchia. Ridiamo anche noi. Scuote la testa e tira un sospiro. Si alza in piedi e dice «Venite».

Ci accompagna dietro il boschetto, ai piedi della collina. Indica un mucchio di sassi e una tenda a igloo verde militare. Strappata e ricucita qua e là.

«Quello è il nostro altare» dice «e quella la sweat lodge»

La sweat lodge  è la tenda del sudore. Serve a purificare corpo e anima. Non ci si entra a piacimento. E’ un rito religioso. Pietre incandescenti al centro della tenda su cui si versano mestoli d’acqua.

Ci accoccoliamo lì vicino.

Pit chiede di piazzare la telecamera e che Dave ripeta quello che ha detto fino adesso. Lui accetta, Betty no. Non vuole essere ripresa. Mentre aspettiamo cerco di farli parlare d’altro. Nei documentari le storie ripetute non funzionano mai. La gente non è abituata a ripetere le battute a comando. Si sente ridicola. Perde di incisività. Perciò se qualcuno racconta una storia, sempre meglio non farlo andare troppo avanti.  Gli domando di Toro Seduto.

«Si accampava qui» ripetono.

Ci guardiamo intorno. Ascoltiamo il vento in mezzo agli alberi e tra l’erba.

Dave e Betty non parlano. Fissano il vuoto. Sorridono.

«Toro Seduto» sillaba Dave.

Toro Seduto guerriero e sciamano. Combattente e mistico.

Toro Seduto che nella battaglia dell’Arrow Creek contro la posa dei binari della Northern Pacific scese a piedi la collina da dove controllava i soldati, si mise a sedere per terra, tirò fuori la pipa e fumò in mezzo ai proiettili che fischiavano senza muovere un muscolo. Si alzò, tornò dai suoi e disse «Adesso basta. Andiamo via».

Toro Seduto che regalava il suo bottino ai poveri della tribù. Teniamoci qualcosa, supplicavano le sue mogli in miseria. Lui rispondeva che non poteva farlo, che se ne sarebbe vergognato. Diceva «Che razza di capo è quello che è più ricco del resto della sua gente?»

Dave ride.

Scrolla la testa. Lo sguardo gli si fa amaro.

«E’ dura essere indiani» dice «Una vita dura»

Ci guarda fisso.

«Se non conserviamo le tradizioni, in cinquant’anni saremo solo pagine in un libro».

Dicono che dopo la pioggia non può uscire che il sole. Che non può andare sempre tutto a puttane. Che il momento in cui smette di piovere arriva. Allora mi domando, e se non la finisce per tempo? Se l’acqua viene giù a secchiate e si porta via tutto, a chi può importare che torni a splendere il sole? Un popolo di annegati cosa se ne fa del sole?

«Le cose stanno cambiando» dice Dave. Annuisce e lo ripete. «Stanno cambiando».

Accovacciato sull’erba asciutta, sa bene che la pioggia non ha ancora smesso di battere. Sa bene di essere seduto sul fango riarso di un diluvio che si è portato via i cadaveri di milioni di indiani che fino all’ultimo hanno creduto di farcela. E invece sono qui, sotto di noi, impastati nella terra che li ha nutriti per secoli e poi se li è mangiati vivi.

E’ a questo che penso quando Betty mi allunga un foglio di carta azzurra. Il Grande Spirito ci ha dato tutto, c’è scritto in grassetto. Tutto appartiene al Grande Spirito. Quello che noi dobbiamo dare è la nostra carne e la nostra sofferenza. Quando danziamo la Sacra Danza del Sole ci umiliamo davanti a Lui perché il nostro popolo possa continuare a vivere.

Sollevo gli occhi dal foglio e Betty mi sta fissando. Continuo a leggere.

Il terreno di danza è un altare.

–     Ogni volta che sei su quel terreno sei nel mondo dello spirito.

–     Tutto il tempo che ci stai dentro, è preghiera.

–     Non guardare mai alla gente intorno, non c’è gente nel mondo dello spirito.

–     I tuoi occhi guardano il cielo, in direzione del sole.

Sento lo sguardo di Betty che mi crepita addosso. Sento che si sta chiedendo se mi merito di leggere quello che mi ha dato. Non si fida fino in fondo. Nessun indiano si fida di un bianco. Dev’essere diventata una questione genetica.

Il pensiero di lei che mi studia mi toglie la capacità di concentrarmi. Leggo due o tre righe senza capire. Le salto, vado avanti. Betty ha ragione, non mi merito di leggere quello che mi ha dato. Le frasi stampate su quel foglio marchiano il cuore come i ferri che friggono sulla pelle dei vitelli.

–     Mentre cerchiamo di ricordare che non c’è dolore nel mondo dello spirito, preghiamo per la nostra nazione. Per coloro che non sono mai nati, per i bambini, i vecchi, gli handicappati, gli orfani, le piante e gli animali.

–     E mentre preghi, devi sapere perché lo stai facendo. Devi avere rispetto per te stesso, essere umile, naturale. Devi avere rispetto per gli altri, parlando sottovoce, essendo ricolmo di preghiera e di spirito, indossando abiti adatti, niente di appariscente o di costoso.

 

–    Offri tabacco e rendi grazie alle piante che ti donano le loro foglie cosicché tu possa compiere il tuo voto.

     Prendi solo ciò che ti serve.

Solo ciò che ti serve. Niente sprechi. Non usare niente di più di quello che ti serve. Basterebbe che al mondo lo facesse un uomo su mille.

E poi rispetto, rispetto, rispetto. Ogni frase riporta a questo. Rispetto per sé e per gli altri. A leggerlo qui, su questo foglio azzurro, con Betty  Star Yellow Wood Nelson Archambault che mi fissa, mi sento ardere come Mosé con le tavole delle leggi.

Ma quando penso alla Sundance cui abbiamo assistito, con tutti quegli indiani ingrugniti e butterati, così fragili nel loro inutile desiderio di rivalsa nei nostri confronti, tutta la febbre mi cala. Divento prosaica come un esattore del fisco.

Affronto lo sguardo di Betty e le sorrido. Le consegno il foglio. Le dico che sarebbe molto importante se l’umanità seguisse anche solo in parte quanto ho letto. Senza bisogno di fare nessuna Sundance. Lei mi scruta perplessa. Annuisce senza rispondere al mio sorriso. Tende la mano in avanti e respinge il foglio azzurro. Tienilo, mi dice.

Sa che non riesco a dare a quel gesto il suo valore autentico, ma lo fa ugualmente.

Per quanto possa esserle grata, non riesco a togliermi dalla testa che quanto sta scritto su quel foglio non venga regolarmente distribuito ai turisti alle feste paesane. Mi dispiaccio del mio cinismo, ma sono convinta che se glielo chiedessi gli scapperebbe da ridere e direbbero sì, è vero, lo facciamo.

Cosetta, seduta per terra, si massaggia una spalla. Le fa male da qualche giorno. Dave allarga a forbice l’indice e il medio della mano destra e li mette a cavallo della sinistra tesa in avanti. Disarciona di lato le dita e domanda «Caduta?»

Sa che il linguaggio dei segni ci diverte da matti e lo usa ogni volta che può.

Domani partiamo per Pine Ridge. Forse questa è l’ultima volta che ci vediamo. Non vogliamo che lo sia, perciò raccontiamo che dopo Pine Ridge ripasseremo di qui. Loro sanno che non lo faremo, e anche noi lo sappiamo, ma in questo modo è più facile salutarci.

Torniamo verso casa. Ci invitano a entrare, ma rinunciamo. Troppe cose da sistemare ancora. All’ufficio postale, al tribunale, in lavanderia.

Sulla porta compare Marie Therese . Le diciamo che partiamo per Pine Ridge. Lei si rabbuia e sorride.

«Oh, bene» dice, «E dove andrete a stare?»

Non lo sappiamo. Cercheremo un posto una volta arrivati.

«Non dentro la riserva» dice lei «non dentro la riserva».

Ci salutiamo. Anche a lei diciamo che torneremo. Magnifico, ribatte, verrete a cena e preparerò l’arrosto di orso.

da Finché l’erba crescerà e i fiumi scorreranno .
Capitolo inedito.

 

À l’attaque, à l’attaque

Posted in senzapeso on mercoledì, 29 febbraio 2012 by janisjoyce

Finite le riprese, tutti se ne erano tornati in Italia. Eccetto noi della produzione che dovendo chiudere baracca e burattini ci occorreva più tempo.

Mancavano due settimane a Natale. Ma essendo che eravamo in Marocco parevano giorni come tutti gli altri. Caldo, sole, giardini fioriti. Non ne potevo più. Che bello, ci aveva telefonato Simonetta del reparto costumi, a Ciampino c’è un albero con addobbi fantastici. Ma va’ a cagare, mi ero trattenuta dal dirle. Mentre lei, innamorata del caldo e del deserto, non faceva che ripetere beati voi, come vi invidio. Beati voi ’sto par di maroni, le avevo risposto. Eh, sì! Perché esser lì a lavorare e sentirsi dire che eravamo anche beati no, quello lo avevo smentito decisa.  Tutti i giorni una rogna, fino a che non ci eravamo trasferiti a Casablanca. All’Hyatt hotel, dove il produttore esecutivo doveva trattare un accordo per le troupe in arrivo nei mesi seguenti. Quelle che avrebbero portato avanti la serie di film sulla Bibbia dopo La Genesi che avevamo appena girato con Olmi.

Arrivati nella hall eravamo stati accolti da uno stuolo di valletti in divisa impeccabile che rapidi e sorridenti ci avevano tolto di mano i bagagli e accompagnati alla reception. Grandi sorrisi e cordiale accoglienza anche dal direttore in persona che mentre la receptionist ci distribuiva le chiavi delle stanze si produceva in deliziose considerazioni britanniche sulle condizioni meteorologiche. Il tutto in squisito francese.

Monsieur, à vous, faceva intanto la receptionist  porgendo le chiavi a Paolo, a Roberto e a Giampi. Su di me si era soffermata radiosa e aveva concluso Et pour madame, une belle suite.

Nessuno ci aveva badato. Nemmeno io. Fino a che l’inserviente non mi aveva scortato fino all’ultimo piano e aprendo la porta mi aveva trasferito dentro i bagagli. Da non crederci. Davanti a me un soggiorno con quattro poltrone, divano di pelle, tavolino in cristallo, libreria, televisione, tappeti, arazzi e un’ enorme vetrata che dava sull’oceano e sulla moschea più grande del mondo voluta da re Hassan II. A destra l’angolo bar, con pareti a specchio, bottiglie, bancone e sgabelli. Io credo ci sia un errore, avevo detto al ragazzo. Pardon? aveva fatto lui. Gli avevo sganciato una mancia come avevo visto fare al cinema e mi ero portata la valigia in camera. Con matrimoniale a baldacchino, cioccolatini sul cuscino e pantofole di spugna sullo scendiletto. Il tempo di lavarmi le mani in un bagno con vasca idromassaggio Jacuzzi che era suonato un campanello. Che c’è? mi ero detta. Il campanello era suonato di nuovo. Ne avevo seguito il trillo e avevo capito che veniva dalla porta d’ingresso. Sulla soglia, un ragazzo reggeva un mazzo di fiori e un altro un vassoio di frutta. Cazzo, mi ero detta, questi qui stanno facendo uno sbaglio che quando se ne accorgono mi cacciano fuori a pedate. Con permesso, avevano fatto loro entrando. Avevano sistemato fiori e vassoio e se n’erano andati. A quel punto avevo citofonato alla camera di Paolo, il produttore esecutivo. Senti, gli avevo detto, qui hanno preso un granchio di quelli colossali. Perché? aveva fatto lui. Puoi venire a vedere? gli avevo chiesto. Lui era arrivato e si era fatto una bella risata. No, tutto normale, aveva detto. Solo che hanno sbagliato persona. Era per me. E allora trasferisciti subito, l’avevo sollecitato io. Che a stare lì dentro mi faceva perfino un po’ di paura. Che scherzi? aveva detto lui, galantuomo. Goditela. E se ne era tornato in camera sua.

La sera avevamo preso l’aperitivo al bar dell’hotel. Si chiamava Casablanca e tutti i camerieri portavano impermeabile e cappello alla Bogart. A noi si era aggiunto il nipote dello scenografo, che aveva deciso di stare in Marocco un altro paio di mesi girando il paese per lungo e per largo. Ma non ti manca la neve? gli avevo fatto io dimenticando che stavo parlando con un romano.

Paolo ci aveva poi accompagnato in un ristorante che come specialità offriva le aragoste migliori del circondario. E un cameriere anziano, rinsecchito e con una dentiera splendente, che a ogni portata che depositava sul tavolo mormorava à l’attaque, à l’attaque!

La mattina seguente ero scesa e mentre lasciavo le chiavi alla reception, la ragazza che il giorno prima me le aveva consegnate mi aveva sorriso con sforzo evidente. Di fronte a lei, a un  tavolo d’angolo della hall, Paolo e Roberto, tra carte e calcolatrici, trattavano amabilmente col direttore dell’albergo.

Non sei tu quella cui spettava la suite, diceva lo sguardo di lei. Ma ormai…

Gioia

Posted in senzapeso on martedì, 20 dicembre 2011 by janisjoyce

Che l’amore rimpianto sia spesso il migliore, non ho dubbi. Sul non consumato, non so. Voglio dire, quello rimpianto lo conosci e ne vorresti dell’altro, quello non consumato è  perso e starci a rimuginare per me è faticoso. Anzi, guarda, vado oltre, direi proprio inutile. Anche se non posso negare che sia terribilmente attraente perdercisi. La Nico del mio libro non ha rimpianti. E’ troppo giovane. Quello che mi premeva raccontare di lei era il desiderio di conoscere, di sperimentare, di capire. In un momento magico e breve della vita quale è l’adolescenza. Ho voluto mettere in scena la bellezza della scoperta, della prima volta. Nel sesso e nei sentimenti. Credo siano momenti unici, anche se spesso deludenti e guastati dall’inesperienza. Ma è proprio lì il bello. In quell’età vivi tutto, o almeno io ho vissuto tutto, in maniera tragicamente totale. Forse meglio dire tragicomicamente totale. Ma tu non te ne accorgi. Solo dopo parecchi anni, a posteriori, ti rendi conto di quanto fosse magnificamente romantico. C’era romanticismo perfino in un rapporto sessuale fallito e inevitabilmente, col tempo, ripensi a quella ragazza impacciata che eri e a quel tipetto timido che stava con te e ne provi una tenerezza infinita. Perché sai che non sarai mai più così. La mia protagonista è una che non si tira indietro. E’ contro la sua natura. Vive le esperienza sessuali con naturalezza, la stessa che mette in una festa o a una cena con gli amici. Come può avere rimpianti?

Di mio, personale, in quello che ho raccontato c’è tutto. Ovviamente non nel senso che le vicende raccontate siano autobiografiche, ma nello spirito in cui vengono proposte. Nell’intenzione di trasmettere un’idea del sesso molto goliardica, spensierata, senza ombre o perversioni. Certo che poi, quando si parla di sentimenti, la musica cambia. Il sentimento ti agguanta il cuore e quando ci si mette di mezzo non c’è più niente di spensierato. Per questo dico che se mi chiedi cosa penso del fatto che l’amore rimpianto sia il migliore, ti rispondo che con me sfondi una porta aperta. Tanto è vero che nel sequel di “Seventy sex” che sto scrivendo ora, sarà proprio un amore mancato e tuttavia sempre presente a tormentare la protagonista. Credo che niente come il desiderio non soddisfatto ne moltiplichi la valenza. E credo anche che consumarsi un pochino nelle fantasie di un amore mai posseduto sia radiosamente malinconico e romantico. In definitiva, l’amore perfetto, così come tu lo vuoi.

Questo è quanto ho scritto per l’articolo di Alessandra Di Pietro dal titolo L’amore, meglio non consumarlo. Sul numero di Gioia di questa settimana.

Correte subito a comprarlo!

 

 

Ce ne fossimo andati solo con un grazie

Posted in senzapeso on mercoledì, 21 settembre 2011 by janisjoyce

Usciamo di lì che è ora di pranzo. Sull’ingresso ci investe una folata di polvere calda. I sedili del furgone scottano. La spia del carburante lampeggia. Ci fermiamo alla pompa di benzina. Poco distante, affacciato sulla stessa spianata di cemento, sorge un edificio che pare un fienile dismesso. L’interno è buio. Si intravedono pneumatici, pezzi di carrozzeria e  motori.

Un cane nero attraversa il piazzale. Nessun altro.

Nel silenzio mitragliato dal frinire delle cicale, distinguiamo degli accordi di chitarra. L’aria li trasporta a tratti. Provengono dall’edificio buio. Un’officina, si direbbe.

Affilando lo sguardo oltre l’ombra dell’ingresso, indovino un indiano su una sedia a dondolo. Pizzica le corde e si culla. Avanti e indietro, lentamente.

E’ giovane, con un fisico da quarterback e le braccia tatuate. Solleva la testa e non ci guarda. I capelli lunghi sulle spalle gli ricadono in avanti.

Pit, fosse per lui, piazzerebbe la telecamera e attaccherebbe a girare.

Aspetta un attimo, gli dico, magari non gli va.

Allora parlaci, ribatte lui, fa’ in modo che gli vada.

Mi avvicino. Il ragazzo mi evita fino a che non gli sto di fronte. Appoggia la chitarra al muro, solleva le braccia e raccoglie i capelli in una coda. Dico «Salve, stiamo girando un documentario, vorremmo filmarti mentre suoni.»

Lui annuisce. Si posa la chitarra in grembo e attacca un blues con pentatoniche in LA minore. Niente di particolare.

Lo fissiamo in silenzio. Di fianco alla sedia a dondolo, una pila di pneumatici da rigenerare.

Si ferma. Alza gli occhi e chiede «Ti piace la nostra musica?»

Gli racconto del pow-wow di Porcupine. Riprende a suonare. Torna a fermarsi. Scosta la chitarra e si alza. La sedia dondola da sola.

Si allontana in direzione di una Oldsmobile ridipinta di azzurro e beige, col finestrino fracassato dalla parte del guidatore. Torna con un cd dentro a una custodia incrinata e senza copertina. Me lo porge. Blackstone, Buffalo cloud, made in Canada. Do un’occhiata e lo restituisco. Lui dice no, è tuo. Va di nuovo alla macchina. Stacca un tamburo in miniatura dallo specchietto retrovisore, esce, si infila nel retro dell’officina e ricompare con un calendario della Standard Oil. Regali per Cosetta e Pit.

Sorridiamo incerti. Lui annuisce. Ha saputo compiere l’unico gesto che abbia dato valore al nostro incontro e noi ci sentiamo confusi e un po’ meschini.

Cosetta si precipita al furgone, tira fuori la stecca di Marlboro che si è comprata stamattina e gliela porta.

Pit si sfila il gilet da pescatore. Quello che usa tutti i giorni per tenerci a portata di mano filtri, cartine detergenti, block notes, penne, matite, torcia elettrica, coltello svizzero. Vuota tutte le tasche e glielo porge.

Il ragazzo si immobilizza. Fissa gli occhi in quelli di Pit. Allunga la mano. Lentamente si infila il giubbotto, se lo liscia, solleva lo sguardo e mentre sorride succede una cosa strana. All’improvviso perde dieci anni della sua età. Diventa un bambino. I suoi gesti, la sua faccia, i suoi occhi, perfino il modo di muoversi, diventano quelli di un ragazzetto emozionato. Magnifico e raggiante. Non dura molto. Qualche istante. Ma è stata la chiusura del rito. Ce ne fossimo andati solo con un grazie, lui non avrebbe fatto una piega. Niente di strano. Ma non è così che funziona.

 

 

 

Absentia

Posted in senzapeso on giovedì, 16 giugno 2011 by janisjoyce

La ghiaia ci scricchiola sotto ai piedi. Imbocchiamo un sentiero in salita. Sulla cima, in mezzo a tombe di suore, missionari e indiani battezzati, è sepolto il guerriero che il 21 dicembre 1866 condannò l’esercito americano alla peggiore sconfitta prima di Little Big Horn. Per gli indiani “La battaglia dei cento uccisi”. Per gli americani il “Fetterman Massacre”.

E adesso è qui, in mezzo a queste lapidi di sconosciuti. Un capo che viaggiò a Washington per sette volte, nella speranza di concludere anche un solo accordo.

Alla fine, nelle sue foto da vecchio, non teneva nemmeno più gli occhi aperti. Immagino che se ne stesse lì, seduto per terra, immobile, coi capelli grigi sciolti sulle spalle e la faccia inerte. Qualcuno lo fotografava e lui non muoveva un muscolo. La bocca amara, piegata all’ingiù. Un uomo così addolorato, sconfitto e remoto da augurargli che la morte gli sia arrivata in soccorso subito dopo lo scatto che lo ritrae.

L’unico dei capi delle grandi pianure di cui si conosca con certezza il luogo di sepoltura. Perché gliel’hanno data i preti.

Se è a dei bianchi che mi devo arrendere, voglio che siano i Manti Neri, pare che abbia detto prima di sottomettersi a padre De Smet.

Questo è quello che ci racconta Tina. Voglio che i nostri bambini abbiano un’istruzione, racconta che abbia detto, che possano vivere meglio di quanto abbiamo vissuto noi.

Non credo a una sola parola. Sono convinta che non ci creda nemmeno lei.

Non è altro che la Storia raccontata dai vincitori e lei è così che ce la tramanda, perché sono i vincitori che oggi le danno uno stipendio. Cos’altro potrebbe dirci?

Procediamo tra lapidi e croci. Con un sole talmente abbagliante da non riuscire a leggere i nomi incisi sui cippi.

E’ laggiù, dice Tina indicando il limite nord del poggio. Una tomba stretta come un davanzale, con la lapide rivolta verso l’interno del cimitero. Sotto si stende la prateria, ma la tomba di Nuvola Rossa le gira le spalle. Porta inciso il profilo di un indiano con le piume e la scritta Red Cloud.

Alla base, giocattoli, coroncine di fiori freschi, biglietti e disegni di bambini.

Morì a quasi novant’anni, dopo aver vissuto tempi così duri da non potersi permettere nessuna scelta.

Non so cosa gli successe realmente, come non si può mai sapere di nessuno. Dicono che alla fine, quando i bianchi presero il sopravvento, perse prestigio con il suo popolo e ne guadagnò coi vincitori.

Dicono che debba la sua fama ai bianchi perché fu docile nell’assecondarne la volontà.

Dicono che per gli indiani non fosse il grande capo che si crede, ma che loro ci lascino pensarlo perché noi ne siamo convinti.

Quello che so per certo è che è stato un grande guerriero, che si è consegnato ai gesuiti per non poter fare di meglio, che la tomba dove è sepolto non è il posto giusto per lui e che se non avesse mai avuto a che fare coi bianchi la sua vita non sarebbe finita così miseramente. Quello che so è che ha molto sofferto e quindi prego per lui. Così come viene, perché le preghiere per i morti le ho dimenticate e quelle per gli indiani morti non le ho mai sapute.

Ci hanno fatto molte promesse. Molte più di quanto io possa ricordare. Non le hanno mai mantenute, eccetto una: promisero che si sarebbero presi la nostra terra, e l’hanno fatto.

Nuvola Rossa

Melancholia

Posted in senzapeso on martedì, 24 maggio 2011 by janisjoyce

Ieri sera stavo andando a dormire. Sono passata davanti alla tivù, l’ho accesa, non so neanche perché, e c’era Enzo Bearzot. Una puntata di Sfide.

La metà di quello che stava raccontando la conoscevo eppure, cosa lo dico a fare, mi ha inchiodato. Sapevo tutto delle critiche feroci che aveva dovuto subire, per anni, mentre lavorava per far crescere una nazionale stroncata da tutti e che solo lui sosteneva con fermezza furlana. Conoscevo benissimo il silenzio stampa che aveva imposto ai suoi ragazzi per proteggerli dagli attacchi dei giornalisti. E non è che mi fossi semplificato la vita facendo così, diceva nell’intervista. Perché gli unici autorizzati a parlare eravamo io e Dino Zoff. Il capitano. Che per lui era uno scherzo. Chi ha mai sentito Zoff esprimersi con più di due o tre monosillabi? Toccava a me. Dovevo parlare per tutti. E rideva, mentre parlava, da quell’intervista del 2002. Raccontava di Tardelli, che la notte prima delle partite non riusciva a dormire. Che non era l’unico in squadra. Compreso se stesso. Che allora si metteva a passare da una camera all’altra e si faceva la notte a parlarci insieme, perché li capivo, erano come me, si agitavano, avevano bisogno di scaricare la tensione, e allora stavamo lì, a chiacchierare per ore.

Ai mondiali battono l’Argentina di Maradona, battono il Brasile di Falcao, arrivano in finale contro la Germania, prendono un sacco di botte per tutto il primo tempo, finiscono zero a zero e allora giù, negli spogliatoi, Bearzot li prende a schiaffoni. Letteralmente a schiaffoni.

Tornate in campo, gli dice, la partita comincia adesso.

E l’Italia diventa campione del mondo.

Non so perché scrivo questa storia. Che la sanno tutti. Ma mentre ascoltavo Bearzot, mentre lo vedevo coi suoi, e poi con Pertini in aereo a giocare a scopone, quei due uomini così belli, tenaci, umili e profondamente onesti, ho provato quel cazzo di malinconia del cazzo che ti fa piangere e soffrire e nello stesso tempo sentirti in pace col mondo. Triste, ma consapevole che di quello che è stato nadie me quita el bailado.



Festen

Posted in senzapeso on martedì, 17 maggio 2011 by janisjoyce

Salone del libro di Torino: festa Minimum fax, festa Fandango.

A breve, approfondimenti sulla presentazione.

So long!