Archive for the Otto milimetri Category

Frammenti di backstage

Posted in Otto milimetri on sabato, 22 settembre 2012 by janisjoyce

 

Irlanda la dolce

Posted in Otto milimetri on domenica, 18 marzo 2012 by janisjoyce

Appena messo piede in Donegal, davanti a una distesa di erica che sconfinava in un orizzonte di nebbia, avevo capito che era da lì che arrivavo. Non me lo sapevo spiegare, ma avevo la sensazione netta che il luogo naturale da cui proveniva la mia anima fosse esattamente quello. Poi mi hanno raccontato che succede a tutti. Si arriva in Irlanda e il cuore batte come a chi torna a casa dopo anni di assenza.

Detto questo, eravamo lì per alcune riprese in una scuola di gaelico che facevano parte di un documentario dedicato all’ Isola di smeraldo.

La segretaria, una brunetta con gli occhi verdi e le efelidi, ci spiava senza fiatare. A fine giornata mi aveva avvicinato e aveva detto «Se vi va, posso farvi conoscere dei musicisti».

Siobhan, si chiamava.

«Siobhan» le avevo risposto «come puoi pensare che non ci interessino?»

Perfetto, aveva risposto lei, allora facciamo per domani mattina. Mi aveva lasciato il suo numero di telefono ed era andata a casa.

Il giorno seguente l’avevo chiamata. Non c’è, aveva risposto la madre, è dal fratello, e mi aveva dato il numero. E’ appena uscita, aveva detto il fratello, la trovate alla scuola di gaelico. L’avevamo raggiunta. Tutto a posto, aveva fatto lei. Li ho chiamati, sono quattro. Appuntamento al pub in fondo alla strada fra un paio d’ore.

Ci eravamo andati subito e avevamo cominciato ad allestire il set. Una volta pronti, avevamo aspettato. Un’ora. Due ore. Avevamo pranzato con dei sandwich, aspettato ancora. Fino a che non era comparsa Siobhan. Ci siamo, aveva detto, stanno arrivando. Un attimo dopo era entrato un vecchietto. Piccolo, col passo malfermo e la custodia di un violino. Dietro di lui, due omoni e una ragazza. Salve, aveva fatto lei, verranno anche delle ballerine. Oh, avevo risposto, magnifico!

«Sì, e ‘ndo ‘e mettemo?» aveva chiesto Claudio, il direttore della fotografia. Che in effetti, considerato che eravamo circondati dal gestore e un gruppo di avventori suoi amici, si cominciava a stare un po’ stretti.

Ci eravamo piazzati. Pronti. Musicisti e ballerini. Avevamo battuto un paio di ciak e loro avevano suonato e sgambettato per una mezz’ora. Alla fine Guinness per tutti. Non ricordo la cifra esatta, ma essendo responsabile del budget, so che ce ne eravamo fatti per una discreta sommetta. Del tutto imprevista. Ma si sa, gli imprevisti sono voce consolidata in tutti i preventivi.

Bene, avevo detto ai musicisti tendendogli la mano, siete stati magnifici. Se ci lasciate nome e cognome vi citeremo nei titoli di coda. Loro mi avevano squadrata. Un attimo di incertezza e poi Siobhan mi aveva chiamato da parte. Questi sono quattro dei migliori musicisti di tutta l’Irlanda, aveva detto. Costano parecchio, ma per voi hanno accettato di suonare per poco. Siobhan, avevo risposto, che storia è? Nessuno di noi aveva chiesto niente. Ce ne saremmo andati anche senza musiche. Lei aveva guardato oltre le mie spalle, sorriso a una delle ballerine, l’aveva raggiunta ed era uscita dal pub in sua compagnia.

I quattro mi osservavano muti. Loro da un lato, gli avventori e il barista dall’altro.

«Che, ce stanno problemi?» aveva chiesto Claudio smontando la cinepresa dal cavalletto. Dammi una scatola di pellicola vergine, gli avevo detto, e aspettatemi sul furgone.

Sapevo bene che quei quattro non erano tra i migliori musicisti d’Irlanda. Tanto meno le ballerine. Ci stavano provando. E allora gli avevo porto la scatola di pellicola.

«Questo è il girato» avevo detto «Non abbiamo soldi per pagarvi. Ma possiamo rendervi quello che abbiamo ripreso». Nessuno sfruttamento di immagine, avevo aggiunto.

Mi avevano fissata stupiti. Altrettanto avevano fatto gli avventori. Silenzio. Poi la ragazza della chitarra aveva respinto la scatola. Quanto puoi darci? aveva chiesto. Avevo sparato una cifra miserevole. Ci sto, aveva fatto lei. I tre uomini avevano scosso la testa. Ci stanno anche loro, aveva fatto lei.

Mi ero ripresa la pellicola, avevo messo i soldi in mano alla ragazza e sotto lo sguardo del barista ingrugnito mi ero diretta verso il furgone in moto. Via! avevo detto salendo.

Ed eravamo partiti per l’Ulster.

On the Roads of Ireland (estratto)

Making of

Finché l’erba crescerà e i fiumi scorreranno

Posted in Otto milimetri on venerdì, 3 febbraio 2012 by janisjoyce

Finché l’erba crescerà e i fiumi scorreranno. Transeuropa edizioni.

making of

Al di là del mare

Posted in Otto milimetri on lunedì, 2 gennaio 2012 by janisjoyce

A San Silvestro ero in montagna. Per mettermi a letto presto, svegliarmi la mattina e andare a sciare sulle piste deserte. Invece ho fatto una stronzata. Ho saputo che su La 7 davano un film sulla vita di Bobby Darin e sono stata alzata per guardarmelo. Mica un film eccezionale, intendiamoci. Si poteva perdere senza rimpianti. Ma io sapevo che Bobby aveva avuto vita dura, che da ragazzino pareva destinato a schiattare prima dei quindici anni e invece poi è diventato quel che è diventato. Sono storie alle quali non so resistere.

Beyond the Sea è il titolo del film. Girato e interpretato da un Kevin Spacey sorprendente. Cantante e ballerino che a non averlo visto coi miei occhi non ci avrei creduto che fosse lui. E ad ogni modo, anche se un pochetto attempatello per la parte, si vedeva che ci teneva. Che quel film l’aveva voluto girare perché Bobby ce l’aveva nel cuore. Walden Robert Cassotto si chiamava, nato nel Bronx nel ’36. A otto anni si ammala di una febbre reumatica che non da scampo. Ma in soccorso gli arriva la Musica. Lui se ne innamora e con la volontà feroce che più amo nei reietti, si riscatta. Con fatica, con tenacia, passando attraverso umiliazioni e tonfi, ma sempre rialzandosi, sempre rimettendosi orgogliosamente in piedi. Fino ad arrivare al Copacabana. Al tempio di Frank Sinatra. Ci arriva e ci resta. Canta canzoni indimenticabili, diventa anche attore, vince un Golden Globe come miglior attore debuttante, sposa Sandra Dee, scopre che quella che aveva creduto fosse sua madre era in realtà la nonna, che la vera madre era la sorella e il padre uno sconosciuto. Nel ‘68 sostiene Robert Kennedy, che farà la fine che tutti sappiamo. A Bobby gli prende una crisi mistica. Divorzia, si risposa, nuovi problemi di salute e nel ’73, a 37 anni ci lascia.

Ripeto, il film non è imperdibile. Ma certe canzoni, certe atmosfere, certi dolori e certe vittorie, a me danno una carica nuova. E anche se del Capodanno me ne frego, be’, sono contenta di averlo cominciato vedendo un film così. Un regalo che non mi aspettavo.

Anche se è cominciato dopo le undici e finito all’una passata. E la mattina sulle piste ero rimbambita. C’è di peggio, lo so.

 

Halcion

Posted in Otto milimetri on domenica, 27 novembre 2011 by janisjoyce

Se un film non è ciò che si dice un capolavoro, i primi ad accorgersene sono gli attori. Quando sono cavalli di razza. E Nastassja Kinski si sa, non è altro che quello.

Tutta la troupe stava all’hotel Metropole, lei invece al Danieli. Coi figli e il marito egiziano. Che forse le stava già sui maroni e allora era per quello che era nervosa. Si fa per dire. La Kinski rilassata non l’ha mai vista nessuno. Sta di fatto che il film in questione non era esattamente il più bello che Lina Wertmuller avesse girato, e questo era un fatto. In una notte di chiaro di luna era il titolo, e credo che l’abbiano visto in tre o quattro. Questo la Kinski se lo sentiva. E a modo suo, anche Rutger Hauer. Recitava la parte di un giornalista. L’anno prima aveva interpretato The Hitcher. Prima ancora Blade Runner. E non so, mi pareva un pochetto spaesato. Ogni giorno, alla fine delle riprese, si rifugiava al bar dell’albergo, infilava un drink dopo l’altro e si chiudeva in camera sua. Cosa cazzo sto facendo, immagino che pensasse. Anche se Olmi, quando l’aveva scelto per fare Il Santo bevitore, diceva che di lui gli era piaciuto proprio quel suo essere “vuoto”. Nel senso di recipiente disposto a farsi modellare e riempire. Che a lui, Olmi, per La leggenda si dice che gli si fosse proposto Robert De Niro in persona. Che si fossero incontrati a Parigi e che Olmi, dopo una chiacchieratina, avesse detto No, mi dispiace, hai troppa personalità.

Una sera Rutger era sceso in ufficio chiedendo di fare una telefonata. La Wertmuller gli aveva sorriso. Era deliziosa con tutti. Gentile, sorridente e rassicurante. Ma certo, gli aveva detto. Lui aveva preso in mano uno degli apparecchi sul tavolo e me l’aveva passato. Cazzo fa? mi ero detta, vuole che gli faccia il numero io? Please, aveva aggiunto lui porgendomi un foglietto con le cifre. Sure, avevo risposto. Che solo in quel momento avevo capito che con quelle dita grosse come bastoni, da scaricatore di porto olandese, i numeri sulla tastiera non sarebbe mai riuscito a pigiarli uno alla volta.

Un’altra sera, appena finite le riprese, era entrato il produttore in allarme. Rutger sta male, aveva detto. Non riesce a dormire. A dirla tutta, dice che sono tre notti che non chiude occhio.

Quando un attore sta male, avendo anche un ruolo di prima importanza, è il panico. Piani di lavorazione da rivoluzionare e un bel po’ di grana che rischia di finire nel cesso. Sì, sì, sono tutti assicurati, ma il panico si spande lo stesso. Diamogli un sonnifero aveva proposto il direttore di produzione. Ma neanche per sogno! aveva ribattuto quell’altro. Che quello si scola una bottiglia di whiskey ogni sera. Se gli diamo anche il sonnifero finisce che lo portiamo al pronto soccorso. Ero uscita dall’ufficio. Quando l’isteria prendeva il sopravvento lo facevo spesso. Uscivo, mi chiudevo nel bagno e mi ripetevo è solo un film è solo un film è solo un film.

Quella sera, uscendo, avevo visto Hauer al bar dell’hotel. Se ne stava da solo, come sempre. Gli occhi arrossati per la stanchezza, e la malinconia che lo avvolgeva come un cappotto pesante. Echeccazzo! mi ero detta. Ero salita in camera. Avevo preso una pastiglia di Halcion e gliela avevo portata. Può andare? gli avevo chiesto. Che gli insonni lo sanno. Non è che tutto possa andar bene per tutti. Ognuno col tempo sviluppa le sue necessarie preferenze. Lui aveva abbozzato un sorriso. Posso offrirti qualcosa? mi aveva chiesto. Meglio di no, avevo risposto, meglio non farci vedere.

Lucky Luc

Posted in Otto milimetri on mercoledì, 12 ottobre 2011 by janisjoyce

Quando Besson venne a Venezia per girare Nikita, o meglio, qualche scena di Nikita, era famosissimo in Francia per aver diretto Le grand bleu. Un film che in Italia non era mai arrivato per via di Enzo Maiorca. L’apneista si era riconosciuto in un personaggio che non gli era piaciuto per niente, aveva intentato causa per diffamazione e bloccato i distributori.

Il giorno dell’arrivo, la troupe era già tutta in albergo ma di Besson nessuno aveva notizie. Fino a che l’aiuto regista non aveva chiamato gli uffici per avvertire che era fermo in dogana. E perché? avevo chiesto. Perché non ha il passaporto, mi aveva risposto. L’avevano tenuto per ore, coi francesi incazzati e indignati. Che cazzo, gli avevo detto io, se uno viene all’estero senza documenti non può mica aspettarsi di passarla liscia. Ah non! Pas lui! si era inalberato l’aiuto regista. Un ragazzetto smilzo col quale un paio di settimane prima avevo setacciato Venezia per fissare le locations dove girare. Un delirio. Besson voleva mettere piede in tutti i cazzo di posti più inaccessibili. Canal Grande, Hotel Danieli e piazza San Marco in primis. A ogni rifiuto il ragazzetto si faceva prendere da attacchi di stizza. Tu non insisti abbastanza! diceva con me. Non dici mai che è per un film di Besson. Non era vero. Lo specificavo con tutti. Ma mi rispondevano E chi xeo?

«Non sanno chi sia» cercavo di spiegargli, e lui si stizziva ancora di più.

Sta di fatto che Besson, una volta messo piede a Venezia, la prima cosa che fece fu di passare in rassegna tutte le locations, scartarle una per una e una volta arrivati in piazza San Marco chiedere «Dov’è la fontana?» «Quale fontana?» «Pas de fontaine?» e far fuori così anche il salotto del mondo.

Coi suoi, macchinisti, elettricisti e attori compresi, si era organizzato in modo da girare quasi tutto di straforo. Principalmente la scena dell’attracco all’ingresso d’acqua del Danieli. Anglade e la Parillaud dovevano scendere dal motoscafo e fingere di entrare in albergo. Dove ci era stato tassativamente proibito di farci vedere. Tutti quelli non impegnati nelle riprese facevano il palo mentre Besson, sdraiato per terra sul ponte adiacente, filmava. Grosso come un bisonte e agile come una gazzella. Il giorno della scena dell’attentato, ore sei del mattino, avevamo trovato il campiello che doveva farci da set coperto da una montagna di sacchi della spazzatura. Besson non aveva fatto una pence. Spostiamoli, aveva detto partendo per primo. Lui e la Parillaud più veloci di tutti.

Preciso e determinato, aveva lavorato a ritmo battente. Trascinando con sé una troupe entusiasta.

Grazie, aveva detto a fine lavorazione. Era tornato a Parigi e, come si sa, aveva montato un film eccellente. Gli americani ne hanno fatto il remake e sulle riprese è stato scritto anche un libro. Dove Besson di Venezia parla malissimo. E vabbé.

 

 

Noi duri

Posted in Otto milimetri on sabato, 3 settembre 2011 by janisjoyce

Abitava in una villetta in mezzo al verde, appena fuori Torino.

E’ un po’ così, ci aveva avvertiti il figlio. Così come? Eh, aveva detto, ha avuto un incidente in macchina, e con la memoria, non so, vedete voi. Ci aveva anche messo in guardia sul suo carattere un pochetto eccentrico. Nel senso che tanto poteva accoglierci come cacciarci via.

Ma noi avevamo un argomento formidabile. Fred Buscaglione. Leo Chiosso che si rifiutava di ricordare Fred?

Si trattava di un documentario per l’ottantesimo della sua nascita. Tra i protagonisti Dino Arrigotti, Ulderico Rovero, Giorgio Giacosa e insomma, tutti gli Asternovas. Più Fatima Robin’s e la figlia del fratello Umberto.

Chiosso all’inizio ci aveva studiati. Soppesati e misurati. Alla fine della giornata l’operatore faticava a tenere l’occhio fermo nel viewfinder. Che le risate lo facevano piegare in due.

Fred stava con questa Fatima, raccontava Chiosso, che era marocchina e adesso non so neanche più che fine abbia fatto. Era parecchio alcolica, aveva detto portandosi il pollice alla bocca. Anche Fred lo era. Lui e lei in una sera si fumavano una bottiglia di whisky a testa. Così, alé. Con lei che era musulmana e si volevano sposare. Però allora bisognava convertirla. Bisognava che diventasse cattolica. E allora via, dalle suore. Ci sarà stata per un mese o due. Ridacchiava e scuoteva la testa. Hi hi hi, faceva, tut un travaj d’le galine.

E poi Fred, aveva proseguito, al matrimonio si era fatto prestare il vestito da me. Che mi ero sposato poco prima. Lo sai? aveva detto rivolto alla moglie. Lei lo aveva squadrato. A me lo dici! aveva sillabato.

Si era alzata, aveva aperto un’anta della dispensa e mentre Leo parlava aveva tirato fuori paccate di 45 giri. Che bambola, Porfirio Villarosa, Teresa non sparare, Voglio scoprir l’America, Whisky facile, Eri piccola, Vecchio boxeur, Tre volte baciami, Juke box, Che notte, Siamo gli evasi, Il dritto di Chicago.

Chiosso si era zittito. Non aveva parlato più. Si era seduto sul pavimento, accanto alla moglie e aveva preso in mano Ninna nanna del duro. Aveva acceso il giradischi, posato il vinile sul piatto, chiuso gli occhi, dimenticato la nostra presenza e non appena erano finiti i fruscii ed era arrivata la voce di Fred, si era messo a canticchiare con lui, sommessamente. Si era tolto un fazzoletto di tasca, aveva asciugato gli occhi, li aveva riaperti e aveva detto «Era così, lui… era tenero…»

 

« Tutto è fermo nel giorno / l’archetto si è sfrangiato nel cantare / troppo acuto di urgenze non espresse ancora / dal tuo fragile violino / nell’urlo di una Thunderbird ferita. / Canteremo da soli il tuo ricordo. »

Leo Chiosso