Archive for the Capitoli Extra Category

SECONDA STELLA A DESTRA

Posted in Booktrailer, Capitoli Extra with tags , , , , , , , , , , on mercoledì, 13 maggio 2015 by janisjoyce

Qui, una intervista radiofonica e per immagini riguardo al mio nuovo romanzo “Seconda stella e destra” e, in generale, alla mia “produzione letteraria”.

Enjoy!

::ATTENZIONE:: in questo video gli elementi chiave per scoprire il titolo del mio romanzone in uscita a fine marzo con ad est dell’equatore. be sagacious!

Posted in Capitoli Extra on martedì, 24 febbraio 2015 by janisjoyce

In arrivo a marzo il mio nuovo romanzo

Posted in Capitoli Extra on mercoledì, 4 febbraio 2015 by janisjoyce

Santander to Barcelona

Posted in Capitoli Extra on martedì, 5 luglio 2011 by janisjoyce

L’estate precedente avevamo lavorato come lavapiatti al Tuckett, un rifugio a duemila metri sulle Dolomiti di Brenta. Un mese intero con sveglia alle sei, un’ora di pausa il pomeriggio e poi a dormire alle dieci in punto. Sabato e domenica compresi.

Coi soldi guadagnati avevamo viaggiato tutto settembre in Spagna. In treno, avevamo giurato alle famiglie, e invece in autostop appena messo piede in Catalogna. Niente Siviglia, niente flamenco, niente mare. Dritte a Madrid e poi su al nord. Asturie e Paesi Baschi. Che a noi piacevano quelli che facevano la rivoluzione. Avevamo preso un sacco di pioggia e un giorno anche la grandine, fino a che a Santander non ci aveva dato un passaggio un peruviano che andava filato a Barcellona. Filato per modo di dire, visto che guidava una Peugeot 204 del ’65. Con targa francese, che per salvarla dalle azioni dell’Eta che in quel periodo faceva saltare in aria tutto quanto fosse gallico, ci aveva incollato un cartello sul lunotto posteriore che diceva SOY PERUANO. GRACIAS.

Si chiamava Pedro, o almeno così ci aveva detto. Sul cruscotto teneva una collezione di pipe, pipette e cilum da stentare a credere che fosse in grado di guidare. La prima sosta l’avevamo fatta dopo trenta chilometri. C’era l’acqua nel radiatore che bolliva e bisognava accostare, aprire il cofano e aspettare che si raffreddasse. Pobrecito mi cochecito, necesita un poquito de aguita, cantilenava lui alla maniera latinoamericana. Ci eravamo passati già un paio di canne e a guardare il cochecito che bolliva ridevamo come matti. Hi hi hi, faceva lui versando acqua da una bottiglia di minerale al radiatore. Era un pochetto basso, ma con un bel fisico da atleta. Spalle larghe, fianchi stretti, muscoli compatti e un sorriso incantatore. Indio e felino.

Dopo la terza sosta ci aveva detto ragazze, io qui non so se ci arriviamo a Barcellona, magari è meglio se vi trovate qualcun altro. Stai scherzando, avevamo ribattuto Silvia e io, insieme siamo partiti e insieme arriveremo. Non avevamo neanche concluso la frase che ci si era fermata accanto una camionetta della Guardia Civil. Carajo! aveva fatto Pedro senza perdere il sorriso. Si era girato verso i due in divisa e li aveva salutati. Ora, Francisco Franco era morto da almeno cinque anni, ma loro pareva non avessero mai appreso la notizia. Ci avevano soppesato con arroganza falangista e senza neanche dire salve ci avevano chiesto cosa cazzo ci facessimo per quella carretera con un’automobile francese che stava tirando gli ultimi. Per finire, uno dei due era entrato nell’abitacolo, ci aveva trovato le pipette e aveva detto andiamo. Alla gendarmeria, aveva intimato. Li avevamo seguiti fino a una costruzione bianca e bassa, con un piazzale di terra battuta intorno. Muy bien, aveva fatto il più cattivo, adesso ci spiegate tutto quanto. Lì, sul piazzale. Carajo, ci eravamo dette anche Silvia e io. Sulla carretera non passava nessuno e la campagna circostante era deserta. Siamo turisti, aveva detto Pedro, stiamo andando a Barcellona. Il gendarme aveva scansionato con lo sguardo il nostro abbigliamento, gli zaini e i capelli lunghi del peruviano indio. Per di qua, aveva fatto a me indicandomi la direzione dell’edificio immacolato. Mentre il collega svuotava sul tettuccio della macchina il detersivo in polvere che aveva trovato nel mio zaino. Cocaina, strillava, cocaina.

Una volta dentro, l’altro aveva chiuso la porta, si era seduto alla scrivania e dal cassetto aveva estratto un pacco di riviste porno. Mi aveva scrutato maligno e aveva detto guarda, ti piace? Ma che cazzo, avevo fatto indietreggiando. Lui mi si era avventato contro, ma io avevo già spalancato la porta.

Pedro era lì. Qué pasa? aveva ringhiato a denti stretti. Le mani sui fianchi e lo sguardo di pietra. Nada, aveva fatto il gendarme tenendogli gli occhi fissi contro. Nada, aveva urlato il suo collega dalla nostra macchina, questi qui sono puliti. Come avesse fatto a dichiararlo non lo so, che in macchina ci sarà stato almeno mezzo etto di marocchino. Muy bien, aveva proseguito Pedro, allora non c’è bisogno che chiami il consolato. Andate, aveva fatto il gendarme.

Nessuno di quei due ci avrebbe mai permesso di chiamare il consolato, ne ero certa. Ma la sicumera di Pedrito, e di certo altro che non sapevo, avevano fatto credere a tutti del contrario.

Sicumera di guerrigliero andino, come avremmo scoperto in seguito. Affiliato a Sendero Luminoso. Enigmatico, e con certe armi di contrabbando da far arrivare in fretta in suolo peruviano. Ma questa è un’altra storia.

Dressed to Kill

Posted in Capitoli Extra on martedì, 29 marzo 2011 by janisjoyce

All’alba era suonata la sirena dell’acqua alta. Alle nove avevo lezione a Ca’ Foscari, perciò ci ero andata con gli stivali di gomma. Al ritorno i miei passi erano rimasti felpati fino all’ingresso di casa. Avevo girato la chiave nella toppa, abbassato la maniglia e spinto. Porta sbarrata. Qualcuno aveva chiuso dall’interno. Col chiavistello arrugginito che non usavamo mai. Ehi, avevo urlato, aprite! Silenzio. Poi una corsa frenetica di tacchi a spillo. Avevo accostato l’orecchio alla porta. Avevo bussato. Chi è, avevo sentito chiedere da Julian. La voce bassa, con l’accento inglese.

«Sono io, Juli – avevo detto  – Che succede? »

Lo scatto del chiavistello aveva rimbombato per la tromba delle scale, giù fino all’androne. Ero entrata. Avevo posato i libri sul tavolino di fianco al telefono. Juli! avevo chiamato, tutto bene?

Falla finita, mi ero sentita pensare mentre chiamavo, si sta scopando la tizia coi tacchi a spillo. Intanto qualcuno in fondo al corridoio aveva aperto la porta del bagno. Arrivo, aveva detto Julian, e mi ero comparso davanti.

«Julian…ma che cazzo…»

«Temevo fosse Ferdinando» aveva aggiunto scostandosi i capelli dal viso. Biondi, lisci, lunghi fino oltre le spalle. Una parrucca. Gli occhi bistrati, un foulard di Hermès al collo, tailleur carta da zucchero, collant e décolleté tacco 12.

«Cazzo!» avevo ripetuto.

«Lo so, dovevo dirtelo» aveva fatto lui. No, no, avevo ribattuto, non fa nulla. Mi aveva accompagnato in camera sua e indicato la foto di Sai Baba. Quella che teneva sulla cornice della specchiera, ai piedi del letto.

«E’ stato quella volta in India…» aveva detto.

«In India…»

«Già…»

Julian era figlio di un armatore inglese del Mare del Nord, proprietario di un’azienda di pesce surgelato. Aveva passato la vita tra l’India e il Sussex. A fare sempre e solo il cacchio che gli pareva.

«Quale volta, Julian?» avevo chiesto. Cinque anni fa, aveva detto lui. Sono cinque anni che non faccio sesso. Scusa, volevo dirgli, ma allora, la notte di Capodanno…

«Se stai pensando a Capodanno – mi aveva preceduta lui – quello non c’entra. L’ho fatto per tradizione».

Tradizione. A metà della festa mi aveva trascinata in bagno, sbattuta contro la parete, infilato la lingua nell’orecchio, cacciato una mano dentro le mutande, fatta stendere sulle piastrelle e stantuffata da farmi svenire.

«Beh…» avevo detto.

«Beh cosa? – aveva ribattuto – Non capisci? Sono a metà del ciclo. Ancora cinque anni e nella prossima vita nascerò donna. Non capisci? Tutti i mesi, ogni ventotto giorni, mi si gonfiano i capezzoli, mi viene mal di schiena, mal di testa… non te ne sei accorta?»

Mi aveva preso per mano e riportata in bagno. Santo dio! avevo pensato. Aveva spalancato la porta e indicato i panni sullo stenditoio. Una sequenza di mutande col pizzo, collant e reggiseni. Nell’angolo, un ammasso di peluche color castano. La parrucca di ricambio.

«Dressed to Kill…» avevo detto per sdrammatizzare.

«Brian De Palma…» aveva fatto lui con un sorriso mesto.

In quel momento, una chiave era girata nella toppa della porta d’ingresso.

«Ferdinando!» aveva sussultato Julian, e si era precipitato in camera. Il bucato! aveva aggiunto con la voce strozzata , digli che è roba tua!

Tutti a piedi

Posted in Capitoli Extra on giovedì, 3 marzo 2011 by janisjoyce

A gennaio avevano annunciato la fine della guerra in Vietnam, a dicembre la fine del petrolio. Tutti i negozi chiudevano alle sette, la tivù alle dieci e mezza e in casa non si potevano tenere più di 20 gradi. La domenica niente auto, niente moto o motorini. A piedi. E basta.

E’ finita! diceva mio padre. Zitto! gli ribatteva mia madre. Siamo fritti, insisteva lui, senza petrolio non c’è scampo. E mia madre non fiatava. Avevo tredici anni, vedevo tutti sulle spine, ma quando uscivo in strada e pattinavo a tutta birra in via Mazzini, del petrolio non me ne fregava una mazza. A me le domeniche di austerity piacevano da matti. Una volta, mentre pattinavo con la Linda, quella che ai tempi dell’asilo cantava Zorro a squarciagola, eravamo finite sulla provinciale. Ai bordi si stendevano i campi coperti di brina. Un freddo da farti cascare il naso. Guarda! aveva strillato Linda indicando una coppia di cani addossati contro un albero. Uno cercava di infilzare l’altro, frenetico come un colibrì. Non guardare, le avevo ordinato io. Perché? aveva domandato lei. Perché sei piccola, avevo detto, e lei si era messa a sghignazzare. Cosa credi, aveva detto, che non abbia mai visto mio papà e mia mamma formicare? Formicare? avevo chiesto. Sì, aveva fatto lei, vuol dire mettersi a letto nudi uno sopra l’altro. La prima volta mi ha fatto impressione, aveva aggiunto, ma poi mio fratello mi ha spiegato. Ci mettiamo a spiare ogni volta che sentiamo cigolare il letto.

La sera seguivo il telegiornale. Facevano vedere Milano, Roma e Torino senza macchine. Con tutta la gente in bici, a piedi o sui pattini. Come me e la Linda. A Milano, avevo visto anche un tizio che girava a cavallo.

Era durata un anno. Dopodichè, tutto come prima.

Piccolo popolo

Posted in Capitoli Extra on giovedì, 17 febbraio 2011 by janisjoyce

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ron O’Sullivan l’avevamo caricato dalle parti di Galway che faceva l’autostop. La faccia che esplodeva di lentiggini, i capelli a spazzola grigi e rossastri, la pancia come un barile e una sacca da marinaio a tracolla. Era salito zoppicando e appoggiandosi allo schienale aveva tirato un sospiro. Appena sbarcato dal mercantile Molly Malone, aveva detto, insieme a tonnellate di banane verdi. Gli avevamo offerto una birra. Ne avevamo un cartone da sei in macchina, e lui, tra una chiacchiera e l’altra, se le era scolate tutte. Ci interessavano le corse dei cani e gli avevamo chiesto se aveva indicazioni da darci. Ragazzi, aveva detto strizzandoci l’occhio, sono l’uomo per voi. Adesso però voglio andare dalla mia vecchia. Si era fatto lasciare all’incrocio per Carrowbrone e ci aveva dato appuntamento per cena al Vina Mara di Merchants Road. L’avevamo aspettato in strada una buona mezz’ora. Alla fine era arrivato. A piedi, zoppicando, con una donna al fianco lunga e secca come un palo della luce. Lei è Bairbre, aveva detto, la mia ragazza. Attenzione a quello che fate, aveva aggiunto con una sghignazzata, è una banshee. Lei ci aveva fissato e sorriso, con gli occhi sbarrati e rossi di pianto. Al ristorante non ci avevano fatto entrare. Solo tavoli riservati, avevano detto. Okay, poco male, aveva fatto Ron, e ci aveva portati in un pub due strade più giù. Niente corse di cani stasera, mi aveva bisbigliato all’orecchio, Bairbre non ne vuole sapere.

Al pub avevamo preso posto al bancone. Hai saputo della nuova autostrada? aveva chiesto il barista a un tizio dietro di noi. No, com’è andata? aveva fatto lui di rimando. Ha vinto il piccolo popolo aveva annuito il barista scrollando la testa. Ci aveva servito patate col pesce e per tutta la cena non si era parlato di altro. Dell’autostrada deviata di 11 miglia per salvare un bosco di fate, leprecani, gnomi e folletti. La gente del posto si era sdraiata davanti alle ruspe, avevo letto il giorno dopo sul Galway Advertiser, e non si era mossa fino a che non avevano levato le tende.