E mentre preghi, devi sapere perché lo stai facendo

Lunedi 5 luglio alle nove e mezza del mattino siamo con Dave nella radura dietro la sua casa mobile. Seduti per terra. C’è anche Betty. Gli chiediamo di parlarci di Dio. Lui lo sapeva che era di questo che volevamo trattare. Lo avevamo avvertito. Per questo siamo seduti per terra nella radura.

Betty dice che per quanto la riguarda preferisce che sia Dave a parlare. Lui ci indaga con un’occhiata. Indica il boschetto alle sue spalle.

«Questo è un posto speciale» dice.

Aspetta di vedere la nostra reazione. Per quanto ne sa, siamo bianchi cattolici. Preferisce andarci cauto. Sorride. Scrolla la testa. Ha l’aria di non voler più andare avanti.

«Speciale?» domanda Pit.

Dave annuisce. Lancia un’occhiata a Betty. Lei gli rimanda uno sguardo tranquillo. Prosegue.

«E’ per questo che ci abbiamo piazzato casa nostra» dice.

Allunga una guardata lenta tutto intorno.

«Da queste parti» dice «si accampava Toro Seduto»

Indica la collina oltre il boschetto.

«Su quella collina la gente si ritirava a cercare le visioni»

Annuisce in silenzio.

«Terreno sacro»

E’ da quando ho passato i confini di Standing Rock che non faccio che pensare ai guerrieri dei secoli scorsi. Non faccio che immaginarli a cavallo per queste stesse pianure che sto attraversando col furgone Chevrolet. Me li sono figurati a cacciare, combattere, ballare intorno al fuoco con gli scalpi infilzati nei bastoni come spiedi. Me li sono visti a scuoiare bisonti e a farsi squarciare la carne appesi al palo della Danza del Sole. A pregare mai. Indiani che pregano non li ho mai immaginati.

Potenza dei libri di storia. Che a scriverli ci hanno sempre pensato i vincitori.

Dave non parla e noi nemmeno.

Apre la sacca di tela appoggiata di fianco, sull’erba. Ne tira fuori un fagotto di velluto blu. Lo srotola. Spunta una pipa indiana smontata. Cannello e fornello separati. Prende il cannello con una mano e il fornello con l’altra. Li soppesa. Ci guarda. Solleva la mano che regge il fornello.

«Questo è il fornello» dice «E’ fatto di terra»

Ci scruta, come per vedere se abbiamo capito.

«E’ fatto di terra» ripete «Rappresenta la Terra. Nostra Madre Terra»

Solleva la mano che regge il cannello.

«Questo è il cannello» dice «E’ fatto di legno»

Lo rigira tra le dita.

«Rappresenta tutto quello che cresce sulla Terra. Foreste, montagne»

Aspetta. Forse ci sta offrendo la possibilità di fare domande. Non so. Sta di fatto che noi non abbiamo domande.

Bilancia i due pezzi con gesti alternati.

«Terra, legno»dice.

Avvicina le mani e li unisce. Infila il cannello nel fornello e mette insieme la pipa.

«Adesso» dice «quello che ho fatto è sacro. Ho messo insieme i due pezzi. E’ sacro. Ho messo insieme la pipa. Ora la accendo ed è preghiera».

Ci lancia un’occhiata carica di sospensione. Stiamo zitti. Forse lui e Betty pensano che non capiamo una mazza di quello che stiamo ascoltando. Ho paura che sia così. Questa storia mi mette un po’ di ansia. Non so cosa dire. Non mi viene in mente niente. Vorrei che Dave andasse avanti. Per fortuna lo fa.

«Questi due pezzi non valgono niente quando sono staccati» dice «Li metto insieme e diventano la Sacra Pipa. La accendo e prego. Qui, dove mi trovo»

Indica i prati, il boschetto, la collina, il cielo.

Dice «Noi non abbiamo bisogno della Basilica di San Pietro»

Ridacchia. Ridiamo anche noi. Scuote la testa e tira un sospiro. Si alza in piedi e dice «Venite».

Ci accompagna dietro il boschetto, ai piedi della collina. Indica un mucchio di sassi e una tenda a igloo verde militare. Strappata e ricucita qua e là.

«Quello è il nostro altare» dice «e quella la sweat lodge»

La sweat lodge  è la tenda del sudore. Serve a purificare corpo e anima. Non ci si entra a piacimento. E’ un rito religioso. Pietre incandescenti al centro della tenda su cui si versano mestoli d’acqua.

Ci accoccoliamo lì vicino.

Pit chiede di piazzare la telecamera e che Dave ripeta quello che ha detto fino adesso. Lui accetta, Betty no. Non vuole essere ripresa. Mentre aspettiamo cerco di farli parlare d’altro. Nei documentari le storie ripetute non funzionano mai. La gente non è abituata a ripetere le battute a comando. Si sente ridicola. Perde di incisività. Perciò se qualcuno racconta una storia, sempre meglio non farlo andare troppo avanti.  Gli domando di Toro Seduto.

«Si accampava qui» ripetono.

Ci guardiamo intorno. Ascoltiamo il vento in mezzo agli alberi e tra l’erba.

Dave e Betty non parlano. Fissano il vuoto. Sorridono.

«Toro Seduto» sillaba Dave.

Toro Seduto guerriero e sciamano. Combattente e mistico.

Toro Seduto che nella battaglia dell’Arrow Creek contro la posa dei binari della Northern Pacific scese a piedi la collina da dove controllava i soldati, si mise a sedere per terra, tirò fuori la pipa e fumò in mezzo ai proiettili che fischiavano senza muovere un muscolo. Si alzò, tornò dai suoi e disse «Adesso basta. Andiamo via».

Toro Seduto che regalava il suo bottino ai poveri della tribù. Teniamoci qualcosa, supplicavano le sue mogli in miseria. Lui rispondeva che non poteva farlo, che se ne sarebbe vergognato. Diceva «Che razza di capo è quello che è più ricco del resto della sua gente?»

Dave ride.

Scrolla la testa. Lo sguardo gli si fa amaro.

«E’ dura essere indiani» dice «Una vita dura»

Ci guarda fisso.

«Se non conserviamo le tradizioni, in cinquant’anni saremo solo pagine in un libro».

Dicono che dopo la pioggia non può uscire che il sole. Che non può andare sempre tutto a puttane. Che il momento in cui smette di piovere arriva. Allora mi domando, e se non la finisce per tempo? Se l’acqua viene giù a secchiate e si porta via tutto, a chi può importare che torni a splendere il sole? Un popolo di annegati cosa se ne fa del sole?

«Le cose stanno cambiando» dice Dave. Annuisce e lo ripete. «Stanno cambiando».

Accovacciato sull’erba asciutta, sa bene che la pioggia non ha ancora smesso di battere. Sa bene di essere seduto sul fango riarso di un diluvio che si è portato via i cadaveri di milioni di indiani che fino all’ultimo hanno creduto di farcela. E invece sono qui, sotto di noi, impastati nella terra che li ha nutriti per secoli e poi se li è mangiati vivi.

E’ a questo che penso quando Betty mi allunga un foglio di carta azzurra. Il Grande Spirito ci ha dato tutto, c’è scritto in grassetto. Tutto appartiene al Grande Spirito. Quello che noi dobbiamo dare è la nostra carne e la nostra sofferenza. Quando danziamo la Sacra Danza del Sole ci umiliamo davanti a Lui perché il nostro popolo possa continuare a vivere.

Sollevo gli occhi dal foglio e Betty mi sta fissando. Continuo a leggere.

Il terreno di danza è un altare.

–     Ogni volta che sei su quel terreno sei nel mondo dello spirito.

–     Tutto il tempo che ci stai dentro, è preghiera.

–     Non guardare mai alla gente intorno, non c’è gente nel mondo dello spirito.

–     I tuoi occhi guardano il cielo, in direzione del sole.

Sento lo sguardo di Betty che mi crepita addosso. Sento che si sta chiedendo se mi merito di leggere quello che mi ha dato. Non si fida fino in fondo. Nessun indiano si fida di un bianco. Dev’essere diventata una questione genetica.

Il pensiero di lei che mi studia mi toglie la capacità di concentrarmi. Leggo due o tre righe senza capire. Le salto, vado avanti. Betty ha ragione, non mi merito di leggere quello che mi ha dato. Le frasi stampate su quel foglio marchiano il cuore come i ferri che friggono sulla pelle dei vitelli.

–     Mentre cerchiamo di ricordare che non c’è dolore nel mondo dello spirito, preghiamo per la nostra nazione. Per coloro che non sono mai nati, per i bambini, i vecchi, gli handicappati, gli orfani, le piante e gli animali.

–     E mentre preghi, devi sapere perché lo stai facendo. Devi avere rispetto per te stesso, essere umile, naturale. Devi avere rispetto per gli altri, parlando sottovoce, essendo ricolmo di preghiera e di spirito, indossando abiti adatti, niente di appariscente o di costoso.

 

–    Offri tabacco e rendi grazie alle piante che ti donano le loro foglie cosicché tu possa compiere il tuo voto.

     Prendi solo ciò che ti serve.

Solo ciò che ti serve. Niente sprechi. Non usare niente di più di quello che ti serve. Basterebbe che al mondo lo facesse un uomo su mille.

E poi rispetto, rispetto, rispetto. Ogni frase riporta a questo. Rispetto per sé e per gli altri. A leggerlo qui, su questo foglio azzurro, con Betty  Star Yellow Wood Nelson Archambault che mi fissa, mi sento ardere come Mosé con le tavole delle leggi.

Ma quando penso alla Sundance cui abbiamo assistito, con tutti quegli indiani ingrugniti e butterati, così fragili nel loro inutile desiderio di rivalsa nei nostri confronti, tutta la febbre mi cala. Divento prosaica come un esattore del fisco.

Affronto lo sguardo di Betty e le sorrido. Le consegno il foglio. Le dico che sarebbe molto importante se l’umanità seguisse anche solo in parte quanto ho letto. Senza bisogno di fare nessuna Sundance. Lei mi scruta perplessa. Annuisce senza rispondere al mio sorriso. Tende la mano in avanti e respinge il foglio azzurro. Tienilo, mi dice.

Sa che non riesco a dare a quel gesto il suo valore autentico, ma lo fa ugualmente.

Per quanto possa esserle grata, non riesco a togliermi dalla testa che quanto sta scritto su quel foglio non venga regolarmente distribuito ai turisti alle feste paesane. Mi dispiaccio del mio cinismo, ma sono convinta che se glielo chiedessi gli scapperebbe da ridere e direbbero sì, è vero, lo facciamo.

Cosetta, seduta per terra, si massaggia una spalla. Le fa male da qualche giorno. Dave allarga a forbice l’indice e il medio della mano destra e li mette a cavallo della sinistra tesa in avanti. Disarciona di lato le dita e domanda «Caduta?»

Sa che il linguaggio dei segni ci diverte da matti e lo usa ogni volta che può.

Domani partiamo per Pine Ridge. Forse questa è l’ultima volta che ci vediamo. Non vogliamo che lo sia, perciò raccontiamo che dopo Pine Ridge ripasseremo di qui. Loro sanno che non lo faremo, e anche noi lo sappiamo, ma in questo modo è più facile salutarci.

Torniamo verso casa. Ci invitano a entrare, ma rinunciamo. Troppe cose da sistemare ancora. All’ufficio postale, al tribunale, in lavanderia.

Sulla porta compare Marie Therese . Le diciamo che partiamo per Pine Ridge. Lei si rabbuia e sorride.

«Oh, bene» dice, «E dove andrete a stare?»

Non lo sappiamo. Cercheremo un posto una volta arrivati.

«Non dentro la riserva» dice lei «non dentro la riserva».

Ci salutiamo. Anche a lei diciamo che torneremo. Magnifico, ribatte, verrete a cena e preparerò l’arrosto di orso.

da Finché l’erba crescerà e i fiumi scorreranno .
Capitolo inedito.

 

2 Risposte to “E mentre preghi, devi sapere perché lo stai facendo”

  1. Non solo mi hai risposto, ma mi hai reso più bella la giovane notte.

    Ricomicia a starmi stretto tutto, a partire dall’orizzonte dietro casa.

    Pasquetta l’ho trascorsa zaino in spalla con mio figlio a percorrere sentieri accanto al fiume Chiese, con gli aironi che fvolavano via lesti ed il mormorio dell’acqua. fra le rocce

    Due parole con il mio amico Domenico sorpreso accanto alla centrale idroelettrica (di proprietà del comune in cui abito) ad insidiare trote e barbi (w che rilascia dopo la cattura), il fiume è malato, come tutta la società in cui viviamo.

    Tempo realmente che l’acqua possa scendere a secchi e si porti via tutto .

  2. Dove sei finita, dopo questa estate pestifera e questo annuncio di autunno?

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