SECONDA STELLA A DESTRA

Posted in Booktrailer, Capitoli Extra with tags , , , , , , , , , , on mercoledì, 13 maggio 2015 by janisjoyce

Qui, una intervista radiofonica e per immagini riguardo al mio nuovo romanzo “Seconda stella e destra” e, in generale, alla mia “produzione letteraria”.

Enjoy!

::ATTENZIONE:: in questo video gli elementi chiave per scoprire il titolo del mio romanzone in uscita a fine marzo con ad est dell’equatore. be sagacious!

Posted in Capitoli Extra on martedì, 24 febbraio 2015 by janisjoyce

In arrivo a marzo il mio nuovo romanzo

Posted in Capitoli Extra on mercoledì, 4 febbraio 2015 by janisjoyce

Frammenti di backstage

Posted in Otto milimetri on sabato, 22 settembre 2012 by janisjoyce

 

E mentre preghi, devi sapere perché lo stai facendo

Posted in senzapeso on martedì, 10 aprile 2012 by janisjoyce

Lunedi 5 luglio alle nove e mezza del mattino siamo con Dave nella radura dietro la sua casa mobile. Seduti per terra. C’è anche Betty. Gli chiediamo di parlarci di Dio. Lui lo sapeva che era di questo che volevamo trattare. Lo avevamo avvertito. Per questo siamo seduti per terra nella radura.

Betty dice che per quanto la riguarda preferisce che sia Dave a parlare. Lui ci indaga con un’occhiata. Indica il boschetto alle sue spalle.

«Questo è un posto speciale» dice.

Aspetta di vedere la nostra reazione. Per quanto ne sa, siamo bianchi cattolici. Preferisce andarci cauto. Sorride. Scrolla la testa. Ha l’aria di non voler più andare avanti.

«Speciale?» domanda Pit.

Dave annuisce. Lancia un’occhiata a Betty. Lei gli rimanda uno sguardo tranquillo. Prosegue.

«E’ per questo che ci abbiamo piazzato casa nostra» dice.

Allunga una guardata lenta tutto intorno.

«Da queste parti» dice «si accampava Toro Seduto»

Indica la collina oltre il boschetto.

«Su quella collina la gente si ritirava a cercare le visioni»

Annuisce in silenzio.

«Terreno sacro»

E’ da quando ho passato i confini di Standing Rock che non faccio che pensare ai guerrieri dei secoli scorsi. Non faccio che immaginarli a cavallo per queste stesse pianure che sto attraversando col furgone Chevrolet. Me li sono figurati a cacciare, combattere, ballare intorno al fuoco con gli scalpi infilzati nei bastoni come spiedi. Me li sono visti a scuoiare bisonti e a farsi squarciare la carne appesi al palo della Danza del Sole. A pregare mai. Indiani che pregano non li ho mai immaginati.

Potenza dei libri di storia. Che a scriverli ci hanno sempre pensato i vincitori.

Dave non parla e noi nemmeno.

Apre la sacca di tela appoggiata di fianco, sull’erba. Ne tira fuori un fagotto di velluto blu. Lo srotola. Spunta una pipa indiana smontata. Cannello e fornello separati. Prende il cannello con una mano e il fornello con l’altra. Li soppesa. Ci guarda. Solleva la mano che regge il fornello.

«Questo è il fornello» dice «E’ fatto di terra»

Ci scruta, come per vedere se abbiamo capito.

«E’ fatto di terra» ripete «Rappresenta la Terra. Nostra Madre Terra»

Solleva la mano che regge il cannello.

«Questo è il cannello» dice «E’ fatto di legno»

Lo rigira tra le dita.

«Rappresenta tutto quello che cresce sulla Terra. Foreste, montagne»

Aspetta. Forse ci sta offrendo la possibilità di fare domande. Non so. Sta di fatto che noi non abbiamo domande.

Bilancia i due pezzi con gesti alternati.

«Terra, legno»dice.

Avvicina le mani e li unisce. Infila il cannello nel fornello e mette insieme la pipa.

«Adesso» dice «quello che ho fatto è sacro. Ho messo insieme i due pezzi. E’ sacro. Ho messo insieme la pipa. Ora la accendo ed è preghiera».

Ci lancia un’occhiata carica di sospensione. Stiamo zitti. Forse lui e Betty pensano che non capiamo una mazza di quello che stiamo ascoltando. Ho paura che sia così. Questa storia mi mette un po’ di ansia. Non so cosa dire. Non mi viene in mente niente. Vorrei che Dave andasse avanti. Per fortuna lo fa.

«Questi due pezzi non valgono niente quando sono staccati» dice «Li metto insieme e diventano la Sacra Pipa. La accendo e prego. Qui, dove mi trovo»

Indica i prati, il boschetto, la collina, il cielo.

Dice «Noi non abbiamo bisogno della Basilica di San Pietro»

Ridacchia. Ridiamo anche noi. Scuote la testa e tira un sospiro. Si alza in piedi e dice «Venite».

Ci accompagna dietro il boschetto, ai piedi della collina. Indica un mucchio di sassi e una tenda a igloo verde militare. Strappata e ricucita qua e là.

«Quello è il nostro altare» dice «e quella la sweat lodge»

La sweat lodge  è la tenda del sudore. Serve a purificare corpo e anima. Non ci si entra a piacimento. E’ un rito religioso. Pietre incandescenti al centro della tenda su cui si versano mestoli d’acqua.

Ci accoccoliamo lì vicino.

Pit chiede di piazzare la telecamera e che Dave ripeta quello che ha detto fino adesso. Lui accetta, Betty no. Non vuole essere ripresa. Mentre aspettiamo cerco di farli parlare d’altro. Nei documentari le storie ripetute non funzionano mai. La gente non è abituata a ripetere le battute a comando. Si sente ridicola. Perde di incisività. Perciò se qualcuno racconta una storia, sempre meglio non farlo andare troppo avanti.  Gli domando di Toro Seduto.

«Si accampava qui» ripetono.

Ci guardiamo intorno. Ascoltiamo il vento in mezzo agli alberi e tra l’erba.

Dave e Betty non parlano. Fissano il vuoto. Sorridono.

«Toro Seduto» sillaba Dave.

Toro Seduto guerriero e sciamano. Combattente e mistico.

Toro Seduto che nella battaglia dell’Arrow Creek contro la posa dei binari della Northern Pacific scese a piedi la collina da dove controllava i soldati, si mise a sedere per terra, tirò fuori la pipa e fumò in mezzo ai proiettili che fischiavano senza muovere un muscolo. Si alzò, tornò dai suoi e disse «Adesso basta. Andiamo via».

Toro Seduto che regalava il suo bottino ai poveri della tribù. Teniamoci qualcosa, supplicavano le sue mogli in miseria. Lui rispondeva che non poteva farlo, che se ne sarebbe vergognato. Diceva «Che razza di capo è quello che è più ricco del resto della sua gente?»

Dave ride.

Scrolla la testa. Lo sguardo gli si fa amaro.

«E’ dura essere indiani» dice «Una vita dura»

Ci guarda fisso.

«Se non conserviamo le tradizioni, in cinquant’anni saremo solo pagine in un libro».

Dicono che dopo la pioggia non può uscire che il sole. Che non può andare sempre tutto a puttane. Che il momento in cui smette di piovere arriva. Allora mi domando, e se non la finisce per tempo? Se l’acqua viene giù a secchiate e si porta via tutto, a chi può importare che torni a splendere il sole? Un popolo di annegati cosa se ne fa del sole?

«Le cose stanno cambiando» dice Dave. Annuisce e lo ripete. «Stanno cambiando».

Accovacciato sull’erba asciutta, sa bene che la pioggia non ha ancora smesso di battere. Sa bene di essere seduto sul fango riarso di un diluvio che si è portato via i cadaveri di milioni di indiani che fino all’ultimo hanno creduto di farcela. E invece sono qui, sotto di noi, impastati nella terra che li ha nutriti per secoli e poi se li è mangiati vivi.

E’ a questo che penso quando Betty mi allunga un foglio di carta azzurra. Il Grande Spirito ci ha dato tutto, c’è scritto in grassetto. Tutto appartiene al Grande Spirito. Quello che noi dobbiamo dare è la nostra carne e la nostra sofferenza. Quando danziamo la Sacra Danza del Sole ci umiliamo davanti a Lui perché il nostro popolo possa continuare a vivere.

Sollevo gli occhi dal foglio e Betty mi sta fissando. Continuo a leggere.

Il terreno di danza è un altare.

–     Ogni volta che sei su quel terreno sei nel mondo dello spirito.

–     Tutto il tempo che ci stai dentro, è preghiera.

–     Non guardare mai alla gente intorno, non c’è gente nel mondo dello spirito.

–     I tuoi occhi guardano il cielo, in direzione del sole.

Sento lo sguardo di Betty che mi crepita addosso. Sento che si sta chiedendo se mi merito di leggere quello che mi ha dato. Non si fida fino in fondo. Nessun indiano si fida di un bianco. Dev’essere diventata una questione genetica.

Il pensiero di lei che mi studia mi toglie la capacità di concentrarmi. Leggo due o tre righe senza capire. Le salto, vado avanti. Betty ha ragione, non mi merito di leggere quello che mi ha dato. Le frasi stampate su quel foglio marchiano il cuore come i ferri che friggono sulla pelle dei vitelli.

–     Mentre cerchiamo di ricordare che non c’è dolore nel mondo dello spirito, preghiamo per la nostra nazione. Per coloro che non sono mai nati, per i bambini, i vecchi, gli handicappati, gli orfani, le piante e gli animali.

–     E mentre preghi, devi sapere perché lo stai facendo. Devi avere rispetto per te stesso, essere umile, naturale. Devi avere rispetto per gli altri, parlando sottovoce, essendo ricolmo di preghiera e di spirito, indossando abiti adatti, niente di appariscente o di costoso.

 

–    Offri tabacco e rendi grazie alle piante che ti donano le loro foglie cosicché tu possa compiere il tuo voto.

     Prendi solo ciò che ti serve.

Solo ciò che ti serve. Niente sprechi. Non usare niente di più di quello che ti serve. Basterebbe che al mondo lo facesse un uomo su mille.

E poi rispetto, rispetto, rispetto. Ogni frase riporta a questo. Rispetto per sé e per gli altri. A leggerlo qui, su questo foglio azzurro, con Betty  Star Yellow Wood Nelson Archambault che mi fissa, mi sento ardere come Mosé con le tavole delle leggi.

Ma quando penso alla Sundance cui abbiamo assistito, con tutti quegli indiani ingrugniti e butterati, così fragili nel loro inutile desiderio di rivalsa nei nostri confronti, tutta la febbre mi cala. Divento prosaica come un esattore del fisco.

Affronto lo sguardo di Betty e le sorrido. Le consegno il foglio. Le dico che sarebbe molto importante se l’umanità seguisse anche solo in parte quanto ho letto. Senza bisogno di fare nessuna Sundance. Lei mi scruta perplessa. Annuisce senza rispondere al mio sorriso. Tende la mano in avanti e respinge il foglio azzurro. Tienilo, mi dice.

Sa che non riesco a dare a quel gesto il suo valore autentico, ma lo fa ugualmente.

Per quanto possa esserle grata, non riesco a togliermi dalla testa che quanto sta scritto su quel foglio non venga regolarmente distribuito ai turisti alle feste paesane. Mi dispiaccio del mio cinismo, ma sono convinta che se glielo chiedessi gli scapperebbe da ridere e direbbero sì, è vero, lo facciamo.

Cosetta, seduta per terra, si massaggia una spalla. Le fa male da qualche giorno. Dave allarga a forbice l’indice e il medio della mano destra e li mette a cavallo della sinistra tesa in avanti. Disarciona di lato le dita e domanda «Caduta?»

Sa che il linguaggio dei segni ci diverte da matti e lo usa ogni volta che può.

Domani partiamo per Pine Ridge. Forse questa è l’ultima volta che ci vediamo. Non vogliamo che lo sia, perciò raccontiamo che dopo Pine Ridge ripasseremo di qui. Loro sanno che non lo faremo, e anche noi lo sappiamo, ma in questo modo è più facile salutarci.

Torniamo verso casa. Ci invitano a entrare, ma rinunciamo. Troppe cose da sistemare ancora. All’ufficio postale, al tribunale, in lavanderia.

Sulla porta compare Marie Therese . Le diciamo che partiamo per Pine Ridge. Lei si rabbuia e sorride.

«Oh, bene» dice, «E dove andrete a stare?»

Non lo sappiamo. Cercheremo un posto una volta arrivati.

«Non dentro la riserva» dice lei «non dentro la riserva».

Ci salutiamo. Anche a lei diciamo che torneremo. Magnifico, ribatte, verrete a cena e preparerò l’arrosto di orso.

da Finché l’erba crescerà e i fiumi scorreranno .
Capitolo inedito.

 

Presentazione Seventy sex a Roma

Posted in Booktrailer, It's only rock'n'roll (?) on mercoledì, 28 marzo 2012 by janisjoyce

Cari amici vicini e lontani, ma soprattutto romani,

giovedi 29 e venerdi 30 (ossia domani e dopodomani) sarò a Roma per presentare Seventy sex. ed Transeuropa, con il seguente felice programma:

Giovedi 29 marzo h. 21.00
Casa Internazionale delle Donne
via S. Francesco di Sales 1a
Roma

Introdurranno:  Viola Lo Moro, Gabriella Romano, Fabrizia Di Stefano

Venerdi 30 marzo h.18.30
CyberTuba
Libreria delle Donne
via del Pigneto 19
Roma

introdurrà Alessandra Di Pietro

Vi aspetto numerosi, entusiasti  e plaudenti.

Irlanda la dolce

Posted in Otto milimetri on domenica, 18 marzo 2012 by janisjoyce

Appena messo piede in Donegal, davanti a una distesa di erica che sconfinava in un orizzonte di nebbia, avevo capito che era da lì che arrivavo. Non me lo sapevo spiegare, ma avevo la sensazione netta che il luogo naturale da cui proveniva la mia anima fosse esattamente quello. Poi mi hanno raccontato che succede a tutti. Si arriva in Irlanda e il cuore batte come a chi torna a casa dopo anni di assenza.

Detto questo, eravamo lì per alcune riprese in una scuola di gaelico che facevano parte di un documentario dedicato all’ Isola di smeraldo.

La segretaria, una brunetta con gli occhi verdi e le efelidi, ci spiava senza fiatare. A fine giornata mi aveva avvicinato e aveva detto «Se vi va, posso farvi conoscere dei musicisti».

Siobhan, si chiamava.

«Siobhan» le avevo risposto «come puoi pensare che non ci interessino?»

Perfetto, aveva risposto lei, allora facciamo per domani mattina. Mi aveva lasciato il suo numero di telefono ed era andata a casa.

Il giorno seguente l’avevo chiamata. Non c’è, aveva risposto la madre, è dal fratello, e mi aveva dato il numero. E’ appena uscita, aveva detto il fratello, la trovate alla scuola di gaelico. L’avevamo raggiunta. Tutto a posto, aveva fatto lei. Li ho chiamati, sono quattro. Appuntamento al pub in fondo alla strada fra un paio d’ore.

Ci eravamo andati subito e avevamo cominciato ad allestire il set. Una volta pronti, avevamo aspettato. Un’ora. Due ore. Avevamo pranzato con dei sandwich, aspettato ancora. Fino a che non era comparsa Siobhan. Ci siamo, aveva detto, stanno arrivando. Un attimo dopo era entrato un vecchietto. Piccolo, col passo malfermo e la custodia di un violino. Dietro di lui, due omoni e una ragazza. Salve, aveva fatto lei, verranno anche delle ballerine. Oh, avevo risposto, magnifico!

«Sì, e ‘ndo ‘e mettemo?» aveva chiesto Claudio, il direttore della fotografia. Che in effetti, considerato che eravamo circondati dal gestore e un gruppo di avventori suoi amici, si cominciava a stare un po’ stretti.

Ci eravamo piazzati. Pronti. Musicisti e ballerini. Avevamo battuto un paio di ciak e loro avevano suonato e sgambettato per una mezz’ora. Alla fine Guinness per tutti. Non ricordo la cifra esatta, ma essendo responsabile del budget, so che ce ne eravamo fatti per una discreta sommetta. Del tutto imprevista. Ma si sa, gli imprevisti sono voce consolidata in tutti i preventivi.

Bene, avevo detto ai musicisti tendendogli la mano, siete stati magnifici. Se ci lasciate nome e cognome vi citeremo nei titoli di coda. Loro mi avevano squadrata. Un attimo di incertezza e poi Siobhan mi aveva chiamato da parte. Questi sono quattro dei migliori musicisti di tutta l’Irlanda, aveva detto. Costano parecchio, ma per voi hanno accettato di suonare per poco. Siobhan, avevo risposto, che storia è? Nessuno di noi aveva chiesto niente. Ce ne saremmo andati anche senza musiche. Lei aveva guardato oltre le mie spalle, sorriso a una delle ballerine, l’aveva raggiunta ed era uscita dal pub in sua compagnia.

I quattro mi osservavano muti. Loro da un lato, gli avventori e il barista dall’altro.

«Che, ce stanno problemi?» aveva chiesto Claudio smontando la cinepresa dal cavalletto. Dammi una scatola di pellicola vergine, gli avevo detto, e aspettatemi sul furgone.

Sapevo bene che quei quattro non erano tra i migliori musicisti d’Irlanda. Tanto meno le ballerine. Ci stavano provando. E allora gli avevo porto la scatola di pellicola.

«Questo è il girato» avevo detto «Non abbiamo soldi per pagarvi. Ma possiamo rendervi quello che abbiamo ripreso». Nessuno sfruttamento di immagine, avevo aggiunto.

Mi avevano fissata stupiti. Altrettanto avevano fatto gli avventori. Silenzio. Poi la ragazza della chitarra aveva respinto la scatola. Quanto puoi darci? aveva chiesto. Avevo sparato una cifra miserevole. Ci sto, aveva fatto lei. I tre uomini avevano scosso la testa. Ci stanno anche loro, aveva fatto lei.

Mi ero ripresa la pellicola, avevo messo i soldi in mano alla ragazza e sotto lo sguardo del barista ingrugnito mi ero diretta verso il furgone in moto. Via! avevo detto salendo.

Ed eravamo partiti per l’Ulster.

On the Roads of Ireland (estratto)

Making of

À l’attaque, à l’attaque

Posted in senzapeso on mercoledì, 29 febbraio 2012 by janisjoyce

Finite le riprese, tutti se ne erano tornati in Italia. Eccetto noi della produzione che dovendo chiudere baracca e burattini ci occorreva più tempo.

Mancavano due settimane a Natale. Ma essendo che eravamo in Marocco parevano giorni come tutti gli altri. Caldo, sole, giardini fioriti. Non ne potevo più. Che bello, ci aveva telefonato Simonetta del reparto costumi, a Ciampino c’è un albero con addobbi fantastici. Ma va’ a cagare, mi ero trattenuta dal dirle. Mentre lei, innamorata del caldo e del deserto, non faceva che ripetere beati voi, come vi invidio. Beati voi ’sto par di maroni, le avevo risposto. Eh, sì! Perché esser lì a lavorare e sentirsi dire che eravamo anche beati no, quello lo avevo smentito decisa.  Tutti i giorni una rogna, fino a che non ci eravamo trasferiti a Casablanca. All’Hyatt hotel, dove il produttore esecutivo doveva trattare un accordo per le troupe in arrivo nei mesi seguenti. Quelle che avrebbero portato avanti la serie di film sulla Bibbia dopo La Genesi che avevamo appena girato con Olmi.

Arrivati nella hall eravamo stati accolti da uno stuolo di valletti in divisa impeccabile che rapidi e sorridenti ci avevano tolto di mano i bagagli e accompagnati alla reception. Grandi sorrisi e cordiale accoglienza anche dal direttore in persona che mentre la receptionist ci distribuiva le chiavi delle stanze si produceva in deliziose considerazioni britanniche sulle condizioni meteorologiche. Il tutto in squisito francese.

Monsieur, à vous, faceva intanto la receptionist  porgendo le chiavi a Paolo, a Roberto e a Giampi. Su di me si era soffermata radiosa e aveva concluso Et pour madame, une belle suite.

Nessuno ci aveva badato. Nemmeno io. Fino a che l’inserviente non mi aveva scortato fino all’ultimo piano e aprendo la porta mi aveva trasferito dentro i bagagli. Da non crederci. Davanti a me un soggiorno con quattro poltrone, divano di pelle, tavolino in cristallo, libreria, televisione, tappeti, arazzi e un’ enorme vetrata che dava sull’oceano e sulla moschea più grande del mondo voluta da re Hassan II. A destra l’angolo bar, con pareti a specchio, bottiglie, bancone e sgabelli. Io credo ci sia un errore, avevo detto al ragazzo. Pardon? aveva fatto lui. Gli avevo sganciato una mancia come avevo visto fare al cinema e mi ero portata la valigia in camera. Con matrimoniale a baldacchino, cioccolatini sul cuscino e pantofole di spugna sullo scendiletto. Il tempo di lavarmi le mani in un bagno con vasca idromassaggio Jacuzzi che era suonato un campanello. Che c’è? mi ero detta. Il campanello era suonato di nuovo. Ne avevo seguito il trillo e avevo capito che veniva dalla porta d’ingresso. Sulla soglia, un ragazzo reggeva un mazzo di fiori e un altro un vassoio di frutta. Cazzo, mi ero detta, questi qui stanno facendo uno sbaglio che quando se ne accorgono mi cacciano fuori a pedate. Con permesso, avevano fatto loro entrando. Avevano sistemato fiori e vassoio e se n’erano andati. A quel punto avevo citofonato alla camera di Paolo, il produttore esecutivo. Senti, gli avevo detto, qui hanno preso un granchio di quelli colossali. Perché? aveva fatto lui. Puoi venire a vedere? gli avevo chiesto. Lui era arrivato e si era fatto una bella risata. No, tutto normale, aveva detto. Solo che hanno sbagliato persona. Era per me. E allora trasferisciti subito, l’avevo sollecitato io. Che a stare lì dentro mi faceva perfino un po’ di paura. Che scherzi? aveva detto lui, galantuomo. Goditela. E se ne era tornato in camera sua.

La sera avevamo preso l’aperitivo al bar dell’hotel. Si chiamava Casablanca e tutti i camerieri portavano impermeabile e cappello alla Bogart. A noi si era aggiunto il nipote dello scenografo, che aveva deciso di stare in Marocco un altro paio di mesi girando il paese per lungo e per largo. Ma non ti manca la neve? gli avevo fatto io dimenticando che stavo parlando con un romano.

Paolo ci aveva poi accompagnato in un ristorante che come specialità offriva le aragoste migliori del circondario. E un cameriere anziano, rinsecchito e con una dentiera splendente, che a ogni portata che depositava sul tavolo mormorava à l’attaque, à l’attaque!

La mattina seguente ero scesa e mentre lasciavo le chiavi alla reception, la ragazza che il giorno prima me le aveva consegnate mi aveva sorriso con sforzo evidente. Di fronte a lei, a un  tavolo d’angolo della hall, Paolo e Roberto, tra carte e calcolatrici, trattavano amabilmente col direttore dell’albergo.

Non sei tu quella cui spettava la suite, diceva lo sguardo di lei. Ma ormai…

Finché l’erba crescerà e i fiumi scorreranno

Posted in Otto milimetri on venerdì, 3 febbraio 2012 by janisjoyce

Finché l’erba crescerà e i fiumi scorreranno. Transeuropa edizioni.

making of

You that hide behind desks

Posted in Il paese reale on mercoledì, 18 gennaio 2012 by janisjoyce

A un certo punto, lasciata Venezia e trasferitami a Torino, avevo cominciato a darmi da fare per lavorare un po’ tranquilla nella città dove abitavo. Senonché, destino beffardo, tutti mi trovavano appetibile proprio per le mie conoscenze su Venezia. E le case di produzione mi chiamavano per spedirmi a lavorare là. Tra queste la Stefilm che un bel giorno mi telefona e dice abbiamo da girare un documentario sulle morti bianche al Petrolchimico di Porto Marghera.

Eccheccazzo, mi ero detta, proprio a Marghera? Ci incontriamo, mi illustrano il progetto e vaffanculo, vengo a sapere che è una delle storie più ignobili del nostro Paese. 157 operai morti di tumore, 120 discariche abusive e 5 milioni di metri cubi di rifiuti tossici. E un colosso dell’economia italiana messo sotto accusa. Da un operaio. Gabriele Bortolozzo. Entrato al Petrolchimico nel ’56 come autoclavista, reparto cv6, impianto di polimerizzazione in emulsione del CVM, vede i suoi compagni di lavoro ammalarsi uno dopo l’altro. Scrive, prende nota, raccoglie dati, ne fa un dossier dettagliato e lo porta a Medicina Democratica. Che lo pubblica. E siamo al 1994. Lo stesso anno presenta un esposto al PM Felice Casson. Dopodichè, nel 1995, muore travolto da un camion mentre percorre il Terraglio in bicicletta. Indagini anche lì, ma si tratta di incidente vero.

C’è da portare in fondo la produzione di questa storia qua, mi dicono alla Stefilm, incontrare le famiglie delle vittime, parlare con Casson, seguire il processo.

Non è stato facile. Né convincere le persone a parlare davanti alla telecamera, tanto meno non lasciarsi contagiare dal loro sconforto. Dalla loro voglia di lasciare perdere tutto. Perché tanto xe tuto inutile, i a ga sempre vinta st’altri, quei de la Montedison. Che dopo l’udienza preliminare, con l’aula piena di ex lavoratori e familiari dei deceduti, aveva offerto un po’ di grana alle famiglie per indurle a non partecipare più alle udienze. In quanto l’opinione pubblica e perfino i giudici erano rimasti troppo impressionati da tutta quella folla. E ce l’avevano fatta. Erano riusciti a imporsi. Si poteva combattere contro un Golia di tale potenza? Evidentemente sì. Perché in molti avevano rifiutato il denaro e il processo era andato avanti.

Ma tutto quel mostrare i muscoli era servito. La gente era avvilita e spaventata. Alle udienze gli indagati erano sempre assenti. Lottare per che cosa?

E’ stato il lavoro più doloroso che io abbia mai portato a termine. Perché oltre alla gente disperata, avevo conosciuto anche i gladiatori. I figli di Bortolozzo, i rappresentanti di Medicina Democratica, Gianfranco Bettin, il WWF, Greepeace. Ma sopra tutti Felice Casson. Limpido, determinato, inamovibile e fermamente fedele al suo preciso intento di ottenere giustizia. Intervistato nel suo studio al tribunale di Venezia, che per riuscire a entrarci con cavalletto telecamera e operatore si era dovuto svuotarlo di metà degli incartamenti e del mobilio. Non perché fossero tanti. Semplicemente l’ufficio troppo angusto e decrepito. Così tanto da non riuscire a controllarmi nell’esprimere tutta quanta la mia inutile indignazione. Lui sorrideva, Casson. Ascoltava le puttanate che dicevo e mi guardava come se fossi nata il giorno prima. Gentile. Senza mai spazientirsi di fronte ai nostri problemi tecnici di ripresa.

L’operatore era di Monaco di Baviera. O meglio, un ragazzo di Firenze che studiava alla Hochschule fur Frensehen und Film Munchen. Uno che nel 2005 avrebbe portato come prova d’esame un film intitolato La storia del cammello che piange. Poi candidato al Premio Oscar come miglior documentario. Lo dovevi vincere, gli avevo telefonato dopo aver saputo che il premio era andato ad altri. E lui ma no, aveva detto, e si era messo a ridere.

Al processo di primo grado, il 2 novembre del 2001, 28 imputati. Dirigenti ed ex dirigenti di Montedison, Enimont ed Enichem. Tensione. Angustia. Angoscia. E alla fine, tutti assolti. Nessun responsabile. Niente di niente. Né uomini né giganti del petrolio. Nessuno che fosse responsabile delle morti, del mancato risanamento degli impianti, della contraffazione dei sistemi di controllo, dell’avvelenamento delle acque, dell’abbandono di rifiuti tossici, delle omissioni  delle attività di disinquinamento. Era la fine. La disperazione assoluta. La sconfitta totale. Con una sentenza che, seppur ribaltata tre anni dopo dalla Corte d’Appello di Venezia che condannò cinque dirigenti, continua a rappresentare una scandalosa vergogna nazionale.